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Recensioni di cadaveri dell’informazione

Summer shitting story

Prendendo spunto dalla storia “Report-Ranucci-Lavitola” ma senza entrare direttamente nella questione specifica, si può facilmente notare che quanto accaduto non dovrebbe sorprendere.
Già da molto tempo, in Italia almeno dalla fine degli anni ’80 del secolo scorso, giornalisti e giornaliste hanno smesso di essere solo delle persone che trasformano i fatti in notizie. Anche grazie alla televisione sono diventati in alcuni casi veri e propri personaggi politici e in altri i principali protagonisti dell’informazione come spettacolo. Hanno assunto quindi un ruolo che va ben oltre la firma in calce a un articolo.
Non è certo un caso che, sempre più spesso, i giornalisti calcano le scene riempiendo i teatri o vengano eletti in assemblee nazionali e internazionali. Persino uno storico sindacato di base comprende una federazione chiamata “Informazione e spettacolo” e il pragmatismo della lingua dominante ha coniato il termine “infotainment”, fortunatamente comprensibile anche in italiano, nato dall’unione delle parole “informazione” e “intrattenimento”.
I critici sostengono che trasformare l’informazione in spettacolo significa tradire la funzione originale dei mezzi di comunicazione di massa che dovrebbe essere quella di fornire una fonte di informazioni affidabili. Gli entusiasti invece ritengono che presentare in un modo maggiormente “attraente” l’informazione permetta di catturare l’attenzione delle persone che normalmente non si interesserebbero di certe notizie e determinate tematiche. Forse hanno entrambi ragione.
Con il declino del sistema dell’informazione televisiva a favore di Internet e con il peso crescente che hanno i cosiddetti “social media” a livello politico e culturale, l’informazione come spettacolo ha assunto un ruolo dominante sulla scena mediatica.
In questo contesto sono state riproposte in queste ultime settimane alcuni dei luoghi comuni più abusati e utilizzate delle vere e proprie parole “trappola”. Tra queste va segnalato il continuo riferimento al cosiddetto “giornalismo di inchiesta”.
Da sempre ci sono operatori dell’informazione che si limitano semplicemente a ricopiare le veline istituzionali, i lanci delle agenzie, e oggi le cretinate che leggono in Rete. Altri provano, partendo da un avvenimento, ad approfondirlo al fine di costruire un racconto che lo renda maggiormente corrispondente alla realtà. A ben vedere, non c’è alcun automatismo che costringa ad etichettare come cattivo giornalismo quello prodotto stando comodamente seduti davanti a un computer e come buono quello di indagine. Condurre un’inchiesta può produrre risultati peggiori del semplice copia-e-incolla da varie fonti, oltretutto non esiste un automatismo per il quale una ricerca, per quanto estesa e approfondita, porti a dei risultati che vadano oltre la notizia dalla quale si è partiti. Al contrario, facendo “giornalismo di inchiesta” si corre sempre il rischio concreto di non trovare cose interessanti da raccontare oppure scoprire verità che non si ritiene opportuno (qualsiasi sia la ragione) rivelare. Una situazione che diventa problematica quando di mezzo ci sono scadenze redazionali, spese da documentare o la necessità di fare uno scoop per battere la concorrenza.
Fare “giornalismo di inchiesta” quindi non significa produrre automaticamente un’informazione migliore. A meno di non trasformare il materiale a disposizione in qualcosa che somiglia più a un canovaccio che a un racconto.
Altro topos imbarazzante tornato alla ribalta è quello sul ruolo “neutrale” che dovrebbero ricoprire giornalisti e giornaliste, ovvero l’idea che possa esistere un’informazione non schierata, una stupidaggine che si basa sulla fantasiosa pretesa che sia possibile “separare i fatti dalle opinioni”. Una barzelletta nata quando ancora scorrazzavano in giro i Velociraptor. Se fosse possibile una cosa del genere allora basterebbe avere un solo quotidiano, un solo telegiornale e un solo sito web di news.
Invece siamo ancora costretti a sentire o leggere un’infinita sequela di banalità nei confronti di giornalisti accusati di essere “di parte”, invettive provenienti da giornalisti che spesso non hanno la necessaria onestà intellettuale per ammettere che anche loro fanno parte di uno schieramento.
Purtroppo pretese del genere sono quelle che hanno portato alle norme sulla “par condicio” e a quelle trasmissioni televisive dove si cerca di bilanciare il numero dei partecipanti tra quelli che la pensano “bianco” e quelli che la pensano “nero”. Dimenticandosi dell’esistenza dei grigi e del colore. Alla faccia della libertà di espressione.
Lo scarso esercizio della memoria e/o la necessità di portare in tavola la minestra del giorno prima riscaldata porta a dimenticare che non è certo la prima volta che una trasmissione televisiva e il suo conduttore diventano il bersaglio di una parte politica. E, quando si dice il caso, il giornalista protagonista di quella vecchia storia è stato poi eletto al Parlamento Europeo e ha successivamente fondato anche un paio di partiti.
Il problema reale è che esistono, come è facile verificare, i fan del “giornalismo di inchiesta”, persone che seguono assiduamente trasmissioni e/o giornalist* come se fossero leader, politici, culturali o sociali. Questo potrebbe essere dovuto a problemi psicologici causati dalla necessità di avere sempre come punto di riferimento una figura “genitoriale”, per coloro che si sentono orfani di vecchi partiti. Oppure subire il fascino dell’informazione spettacolo e sviluppare sentimenti di “attrazione” verso i personaggi più in vista, come accade per i fan dei cantanti o dei calciatori.
La cosiddetta “sinistra” ha sempre avuto un debole per quelli che in tempi storici venivano chiamati “compagni di strada” e la destra (in tutte le sue forme) ha sempre avuto una sorta di complesso di inferiorità nei confronti dei personaggi più famosi legati al mondo dell’informazione. Un problema oggi evidentemente superato vista la violenza (mediatica) espressa dallo schieramento dei mezzi di comunicazione di massa che sostengono l’attuale Governo nei confronti di un giornalista e di una trasmissione. Un fronte che ha visto schierarsi in prima fila tra i “tifosi” giornalisti che attaccano giornalisti, cosa non completamente nuova ma sicuramente non così frequente in quanto di scontri polemici tra giornalisti ce ne sono sempre stati ma si trattava, nella quasi totalità dei casi, di diatribe soprattutto a carattere personale. Il primo risultato è che il detto “cane non morde cane” può essere archiviato tra le espressioni obsolete.
La storia dalla quale siamo partiti che, visto il periodo, potrebbe essere catalogata sotto il genere “bollente tormentone estivo” è destinata prima o poi a esaurirsi – salvo imprevedibili colpi di scena – come succede per qualsiasi notizia ma rischia di continuare a produrre effetti visto il profondo coinvolgimento del ceto politico nella questione.
Va segnalata la debacle dei politici e degli intellettuali della cosiddetta “sinistra” che, già da molto tempo, hanno smesso di produrre idee nuove a proposito della comunicazione di massa e devono quindi accontentarsi di quello che oggi passa il convento. La memoria riporta ad altri tempi, altri giornalisti, altre trasmissioni televisive, altri governi, altre migrazioni tra giornalismo e politica che, evidentemente, non sono servite da esempio. Facile prevedere che questo “boccone” rischia di rimanere sullo stomaco a qualcun* per un bel periodo di tempo.

Pepsy

Finalino scemo, visto che il testo precedente mi sembra troppo serioso.
La “vera” verità a proposito della storia è che i mandanti occulti della bomba esplosa davanti alla casa del noto giornalista sono i maggiorenti del PD. Andati in panico quando sono venuti a conoscenza, tramite le informazioni fornite da un altro noto giornalista, della possibilità che il primo noto giornalista avrebbe potuto “scendere in campo” come aspirante leader della coalizione che vorrebbero dirigere. Convinti che questo avrebbe significato la sicura sconfitta del loro candidato, hanno deciso di ordire un complotto per mettere fuori gioco un concorrente scomodo. Alla fine, anche senza troppa fantasia, può funzionare persino una storia del genere.

Finalino serio per bilanciare la stupidaggine di qui sopra.
Chi scrive concorda (quasi) completamente con quanto scritto in questo articolo:
www.osservatoriorepressione.info/diffidare-sempre-da-chi-ha-listinto-a-punire/

 

I tempi cambiano. Forse

In the Tarot the “Fool” is the only card of the 22 Major Arcana that is not numbered, on rare occasions it has been attributed the number zero. Its value is usually the lowest in the deck except in games that are based on the “Trump cards” in which it assumes the highest value ever.

Ancora alla fine del secolo scorso esisteva nel Codice Penale italiano un articolo (art. 297) che puniva “Chiunque nel territorio dello Stato offende l’onore o il prestigio del Capo di uno Stato estero” con “la reclusione da uno a tre anni”. Era uno dei tanti delitti ereditati direttamente dal regime fascista che evidentemente aveva paura anche delle barzellette che circolavano sui capi di stato stranieri.
Per la fortuna di tutti, anche se con estremo ritardo (l’abolizione risale al 1999), questo genere di offese non sono più punibili. Anche perché con tutto quello che, negli ultimi mesi, è stato detto e scritto sull’inquilino della Casa Bianca, i Tribunali sarebbero ormai paralizzati dai procedimenti giudiziari collegati a quel reato e le carceri più piene di quello che già sono.
Va comunque notato che, negli ultimi anni, non è la prima volta che personaggi pubblici che occupano posizioni di potere vengono sospettati di essere affetti da un qualche tipo di disturbo mentale più o meno grave. Per questa ragione, alcune delle cose scritte di seguito valgono non solo per la persona citata sopra.
La maggior parte di queste opinioni offensive, come è facile constatare, tende a sottolineare le condizioni psichiche di una persona che, senza fare necessariamente riferimento alle definizioni contenute nei trattati di psichiatria copiati a man bassa, viene considerata un “matto”.
Da notare che probabilmente è la prima volta che giudizi del genere vengono condivisi sia dai semi-analfabeti che popolano i “social” che dai fini intellettuali che riscaldano le poltrone delle TV.
Qualcuno però dovrebbe, prima o poi, anche rendersi conto che – tralasciando lo storico e più serio dibattito sulle “malattie mentali” – se davvero il Presidente degli USA avesse problemi di quel genere ne deriverebbero almeno due conseguenze principali, una delle quali però viene quasi poco o per nulla evidenziata.
La prima è che siamo tutti in pericolo, perché se una persona disturbata mentalmente gira nella Metropolitana impugnando un coltello i danni che potrebbe causare saranno limitati al suo raggio di azione e infinitamente minori di quelli che potrebbe provocare un Capo di Stato nel pieno dell’esercizio delle sue funzioni. Come dimostrano gli avvenimenti che stanno accadendo.
La seconda conseguenza è che, se le condizioni mentali del soggetto fossero davvero quelle che moltissime persone gli attribuiscono, saremmo davanti a qualcuno che è, come suol dirsi, “incapace di intendere” e quindi – per definizione – non colpevole per le sue azioni, per quanto terribili possano essere.
Per questo chiedersi se “ci è o ci fa” resta solo una classica battuta.
Lo sforzo delle persone appassionate che provano a etichettare la patologia (o le patologie) ascrivibili al Presidente degli USA diventa, in pratica, solo un tentativo di spiegare la ragione (o le ragioni) del suo bizzarro comportamento, cosa che serve davvero a poco. La questione reale, che prescinde da una diagnosi psichiatrica più o meno corretta, è la quantità di potere che oggi si può accentrare in una sola persona e l’esistenza o meno di meccanismi in grado di evitare che questo porti a disastri epocali.
Sembrerebbe quasi come se, in questo periodo storico, fossimo tornati ai tempi del cosiddetto “assolutismo” o, almeno, di una sua variante che potrebbe essere chiamata “assolutismo democratico”. Anche se la persona in oggetto fa continuamente riferimento a una divinità che – in qualche modo – sarebbe se non sopra almeno alle spalle delle proprie azioni. Una sorta di “diritto divino del XXI Secolo”, riveduto e corretto e, soprattutto, molto adatto a essere diffuso attraverso i mezzi di comunicazione di massa e con la complicità della cosiddetta “Intelligenza Artificiale”. Tralasciamo, sebbene affascinante, di riflettere sulle implicazioni collegate al possibile corto circuito che si verifica nel rapporto tra una supposta intelligenza e una persona che sembra averne un estremo bisogno.
Il diritto di vita e di morte che esercitano ancora oggi i potenti, sia in modo apparentemente soggettivo che tramite l’azione dei loro Governi è sotto gli occhi di chiunque sia in grado di ragionare con la propria testa. I colpevoli delle continue stragi di persone indifese non sono solo gli eserciti ma anche i politici che approvano provvedimenti che facilitano le morti in mare, che affamano intere popolazioni, che consentono agli algoritmi matematici di decidere chi può vivere e chi deve morire.
Al pari di tutte le altre persone, anche i “matti” non sono tutti uguali, un conto sono quelli che siedono ai vertici del potere, altri quelli che popolano le barzellette perché si credono Napoleone. I primi sono l’incarnazione di quanto di peggio possa produrre il genere umano, sono la dimostrazione che la distruzione del potere è un obiettivo essenziale se vogliamo provare a costruire una società migliore di quella nella quale stiamo vivendo. Sono la dimostrazione che non sono mai esistiti, che non esistono e che mai esisteranno poteri “buoni” come diceva il poeta.
Mettere sullo stesso piano il Presidente di una grande potenza mondiale e una persona che soffre di un disturbo della psiche è, lo scriviamo per ultimo ma lo mettiamo al primo posto, un’estrema forma di offesa verso chi di solito soffre e non è nemmeno in grado di difendersi. Vale a dire che è quasi sempre una vittima, mentre l’altro, “matto” o meno che sia è sicuramente un carnefice.

Pepsy

Materiale didattico

Se qualcun si fosse mai chiesto da dove le persone che hanno il potere tirino fuori le loro idee io ne ho una. Tratta dal mio archivio di giochi & passatempo.

Scatola del gioco da tavolo "Petrol war"

Nel caso qualcun avesse dei dubbi. ecco un ingrandimento del testo della presentazione del gioco.

Descrizione del gioco da tavolo "Petrol war"

Per completare una pagina tratta dal manuale di gioco con l’elenco del contenuto della scatola.

Pagina del manuale del gioco da tavolo "Petrol war"

E, la “chicca finale”, oltre che la ragione principale del mio acquisto, ovvero i segnalini in metallo pressofuso. Altro che i miserevoli carrarmatini di plastica del “Risiko”.

Per la cronaca, al gioco ho assegnato il voto di 2/10.

DISERTIAMO TUTTE LE GUERRE